Un viaggio attraverso la mente di un eccentrico, rischiando di ritrovarsi nella propria.

Volete rischiare di essere mangiati?

domenica 6 giugno 2010

Capitolo X - Felicità


Ho avuto una automobile molto bella diversi anni fa. Era la mia prima macchina e l'ho desiderata e pianificata per diversi anni. Ho sognato di essa per molto tempo e ho impegnato spesso la mia vita per arrivare ad avere i mezzi per poterla acquistare. Sono una persona fortunata perchè ho sempre avuto chiaro in mente cosa dovesse rappresentare questo strumento. L'automobile per me doveva rappresentare un mezzo per esaltare la mia voglia di libertà. La possibilità di rendere il mondo più a portata di mano e il potere di viaggiare nello spazio e nel tempo. Trasformare i metri e le mezz'ore percorsi a piedi in kilometri e minuti sfrecciati nel vento.
E' chiaro che la scelta del modello non potesse essere direttamente collegata a questi principi. La società e la nostra apparenza ci guidano attraverso parametri che commercialmente sono tutt'altro. Comunque scelsi con cura il modello con le rifiniture, le prestazioni, i consumi e l'estetica che ritenevo per me le migliori, in relazione al budget raggiunto. Ricordo chiaramente la gioia di quei giorni in cui questo sogno si realizzava. Rispetto a una vita, intensi, incoscienti, fugaci e brevi. Proprio come un orgasmo. Ma le energie vanno contemplate tutte nel bilancio dell'equazione. Non posso non considerare una certa ansia sopraggiunta nel lasciare parcheggiato il mio gioiello in certe strade della impietosa e ambigua Roma. Oppure la stretta al cuore il giorno del primo graffio. Tanta e tale era la perfezione di questo oggetto da bacheca che contrastava nettamente con il concetto di uso. Poi il mondo mi crollò addosso il giorno che per distrazione feci il mio primo incidentucolo con danni non gravi, ma che mi ributtava nel baratro dell'impotenza di studentello squattrinato. Da lì la via sempre in discesa fatta di costi di manutenzione molto alti seppure doverosi per un'auto del genere, bocconi amari a base di chiavi che sfreggiano la fiancata, un secondo incidente con un pazzo furioso che mi venne addosso mentre ero fermo ad un incrocio, giorni e giorni di forzata astinenza per un problema che l'elettrauto non riusciva a risolvere... Sempre peggio fino al punto di non avere la certezza di riuscire ad accenderla e quindi la garanzia di poterla usare, per via di un problema con la pompa di benzina. Niente pesa più dell'assenza quanto la mancata promessa di presenza. Ho passato anni da solo senza avere una ragazza e non sono stati così pesanti e tristi come i due mesi in cui ne ho avuta una che era solo una chimera.
Spinto più che altro dalla impellente necessità decisi di comprare un'auto usata da pochissimi soldi da dare via appena risolti i problemi. Presi quindi una Golf del 1982 sverniciata, con l'impianto GPL, più di ottocentomila kilometri percorsi, brutta ma onorevolmente ben tenuta e funzionante. Ecco, partirei da qui. Devo correggermi, era perfettamente funzionante. Non aveva minimamente lo scatto e la velocità della mia prima, ma arrancando e difendendosi anche nelle salite mi portava ovunque con dignitosa professionalità. E dove sta scritto che la libertà viene esaltata da un affondo sull'acceleratore? Se fino a quel giorno il mio portafoglio vedeva uscire quarantamila lire a settimana, improvvisamente con l'impianto GPL ero passato a quindicimila lire al mese. Ero libero di girare con la macchina per ore senza preoccuparmi minimamente dei soldi e avevo un nuovo potere economico da spendere per qualche altro piacere della vita che non fosse benzina. Non ho mai chiuso gli sportelli e non mi sono mai preoccupato di dove parcheggiassi la mia Golf. Spaventosa l'idea da parte di un ladro di accolarsi quel peso, e probabilmente lo sfreggiatore di turno avrebbe avuto timore di rovinarsi la chiave con la ruggine sotto la vernice! Cosa poteva dare più senso di leggerezza di questo. Come è possibile avere una sensazione di soddisfazione che non proviene dall'idea di eccellenza comune? La perfezione ci rende sempre schiavi dell'irraggiungibilità. Chi come me adora la pace e la libertà non può non trovare nell'umiltà un'oasi della propria essenza naturale.
Ci sono diverse persone al mondo che hanno riempito il proprio cuore di immondizia, di lavoro, di falsi interessi, di se stessi. Tutto questo nasconde la tristezza di un'incoscienza della propria via della felicità. Questa incoscienza indotta a volte è l'unico modo che conosciamo per sopravvivere al peso del conformismo, del messaggio arido che la società ci manda, tutto rivolto a un individualismo contro la natura di ogni essere vivente e contro l'essenza della natura. Siamo un pò come gli abitanti di Matrix che aspettano di essere svegliati da una vita di interfaccia che nasconde la nostra vera essenza con una bella ma mendace apparenza. Riporto una frase di Jim Morrison che mi ha colpito molto: "Rifiutarsi di amare per paura di soffrire è come rifiutarsi di vivere per paura di morire". Al solito il lavoro maggiore va fatto sul controllo della propria energia, in questo caso un ascolto primordiale della nostra natura. Capire nell'intimo del nostro cuore cosa ci rende veramente felici è la chiave della sopravvivenza del nostro spirito.
E' più facile poi bilanciare l'energia quando si ha una profonda conoscenza del fulcro della leva dei nostri sentimenti.

giovedì 22 aprile 2010

Capitolo IX - Passione


La malattia è una forma molto particolare di energia. E' un modo della natura per porre rimedio alla razionalità dell'uomo, presuntuosa, boriosa ed arrogante. Contrariamente a quanto possa sembrare ad un primo giudizio superficiale, c'è molto equilibrio nelle patologie. Anzi l'equilibrio è proprio il loro obiettivo. Un metodo spietato che non guarda in faccia nessuno, non tiene conto di ceti sociali, posti geografici, condizioni economiche, culturali e tecnologiche. Uno strumento impassibile con uno sguardo assolutamente obiettivo, come una livella, che impeccabilmente dice se una superficie è orizzontale o no. Senza mezzi termini.
La passione, concetto inteso come fratello minore dell'innamoramento, entrambi figli dell'Amore, è anche essa una sorta di malattia. Ne ha le stesse caratteristiche sintomatiche. Arriva quando meno ce l'aspettiamo, non si può scegliere la persona a cui rivolgerla, sembra non avere delle ragioni che la razionalità può spiegare o comprendere, non può essere simulata, ma semmai può essere spenta con medicine a base di astensione dall'abbandono, di sfiducia, interessi materiali dell'io individualista troppo pressanti, ed altre "cure" coscienti o subcoscienti che ora mi sfuggono.
E' evidente un fatto: la passione o la si prende o no.
La mia riflessione vuole essere ora sul motivo per cui esiste questa malattia. Se le patologie hanno il senso di un equilibrio della natura in che modo essa intende fare ordine con questo strumento? E' un virus che esiste da moltissimo tempo. Da quando l'uomo ha la capacità di scrivere della propria storia si parla di questa passione. Si dice addirittura che ad essa si deve il fatto che la terra ruoti! A volte alcune forme virali sono nate per induzione derivante dal comportamento dell'uomo. Alcuni ceppi di batteri o virus conformano la propria forza per sopravvivenza in base alle condizioni in cui vivono. E l'uomo in passato ne ha già determinato dei mutamenti. Forze anche la passione è una derivazione del comportamento dell'uomo? La solita osservazione del mondo animale in questo caso ci mostra che esiste una forma di attaccamento fra due esseri di una specie, ma l'interepretazione è piuttosto primordiale e ci riporta alla procreazione e continuità della specie. Non c'è traccia nel mondo naturale di quello che noi chiamiamo passione. L'esaltazione del proprio stato emotivo che sfocia in una pulsione fisica, che genera irrefrenabilità compulsive, non ha eguali nel mondo animale. Mi viene in mente allora che una possibile soluzione sia quella che madre natura provi ad insinuarsi nel nostro inconscio per suggerirci la via dell'unione di una coppia.
I tempi moderni sembrano accorgersi di questo. Infatti fra tutte le soluzioni tecnologiche adottate per sconfiggere i vari mali che affliggono l'umanità, sembra essercene una geniale ed invisibile, estremamente evoluta e dilagante come un antivirus. Questa si manifesta attraverso la derisione del romanticismo, l'umiliazione del rapporto fisico a portarlo verso un abbassamento di livello schifosamente freddo ed egoista o peggio privo di senso, inni all'individualista affermazione di gelidi esseri sociali, il bandire l'abnegazione.
Mi auguro vivamente che si trovi una cura per mali come il cancro e l'HIV poichè portatori di morte. Alla stessa maniera mi auguro che non si trovi una cura per la passione poichè portatrice di vita.

mercoledì 14 aprile 2010

Capitolo VIII - Intensità


Non c'è dubbio che l'intensità è una delle forme di energia più interessanti della vita. La ricerca spasmodica di un'emozione, il desiderio di abbandono verso una persona o verso un sentimento o verso un'esperienza. L'ansia di dare e ricevere, la sete di piacere e di dolcezza. L'avidità di passione, complicità e ricerca dell'unione perfetta, trasformando la fiducia nell'altro in magia del consumare ed essere consumati. L'esasperazione di un'irrilevanza e l'esagerazione cosciente. L'insistenza incurante del fastidio. La meticolosità dell'analisi che ci porta dal generale al particolare, come una sorta di esplorazione millimetrica dell'universo.
E' chiaro che ci vuole molta energia per avere intensità. Alcune persone ne hanno innata e inestinguibile fonte, altri ci lavorano con sempre rinnovata ambizione per averne. Poi ci sono molti che riescono a vivere tranquillamente una vita ignorandone totalmente l'esistenza. Si perchè guardandola dal punto di vista dell'energia è evidente che ne è una forma che consuma, brucia, spende la vita. Non è sicuramente un buon metodo per la sopravvivenza, l'autoconservazione. Non è un elisir di lunga vita. Anzi potrei arrischiare a dire che nel binomio controverso fra sopravvivere e vivere è un prefetto sinonimo di quest'ultimo. Se è razionale e metodologicamente corretto inquadrare, ordinare, ci può essere intensità anche in questo, sicuramente, ma la forma che ho in mente io è in generale qualcosa che tende più al caos e all'abnegazione. Riflettere su quale canale dedicare alla propria esigenza di intensità è anch'essa una scelta di vita che andrebbe meditata col cuore e con la maturità. Per esempio alla domanda se essa possa essere trasferità o insegnata o semplicemente trasmessa, come una sorta di contagio, mi piacerebbe saper rispondere. Anzi mi piacerebbe decisamente saperlo fare. Per questo scopo potremmo partire proprio dal riconoscimento di essa come forma di energia e da questo assunto dedurre che può essere controllata e canalizzata. Mi viene in mente che anche un tornado lo è, ma scientificamente siamo ancora indietro sul discorso del controllo. Scherzi a parte ogni forma di vigore che nasce dal nostro interno è insieme meravigliosa e potenziale. Trasformarla in calorie è uno dei piaceri della vita.

mercoledì 31 marzo 2010

Capitolo VII – Complicità


Come tutti gli altri ideali anche la complicità è fisicamente percepibile. E’ una forza che produce un’energia maestosa e romantica. E’ l’ingrediente principale dell’Amore. Se è vero che per gli ideali si può morire, la complicità può essere l’idea stessa di accettare di morire. E’ rinnegazione di se stessi al fine di esaltare quello che essa rappresenta, ovvero la perfezione di un’unione. Esistono diverse forme di intesa. Alcune si possono costruire con razionalità, interesse, dovizia; ma quella che ho in mente io è più una forma rara che si può più che altro scoprire. Due sguardi costruiscono da soli senza null’altro uno spettacolo di incredibile bellezza che dura per ore, portando gli artefici ad essere protagonisti, pubblico, scenografia, contesto, sceneggiatura, musica ed emozione tutto contemporaneamente e senza alcuna necessità di altro. Senza necessità di parole o di gesti la comunicazione assume la sua forma più perfetta rendendo ridicolo anche il concetto di telepatia. E se uno sguardo può essere così nutriente può essere anche uno degli esempi migliori della tangibilità di un ideale come lo intendo io. E’ il caso di due persone che in un autobus stracolmo di gente si guardano a un metro di distanza. Magicamente tra loro si crea un vuoto, dovuto al fatto che la gente si vergogna di trovarcisi in mezzo. Avverte un disagio evidente nell’attraversare quel campo di forza che per l’appunto è tutt’altro che evanescente. E da qui in poi si può solo che avere l’imbarazzo ma direi piuttosto il gusto della scelta. Si costruiscono situazioni che farebbero vergognare chiunque da solo abbia un minimo di decenza o pudore nei confronti di chi sta attorno e si scopre come all’improvviso chi sta attorno svanisca in un puntino ridicolmente lontano e insignificante. Si può avvertire la potenza di avere il mondo in un palmo di mano anche se in realtà chi guarda da fuori vede solo due teneri ingenui fragili e impotenti verso la vita come lo è d'altronde l’essere umano. E quella potenza è aria che si respira davvero, non per finta. Aria che permette realmente di portare nutrimento al sangue che arriva al cuore. Tutto l’opposto che una lotta alla propria realizzazione personale nei confronti dell’altro la complicità dell’altro è il miglior modo per regalare la realizzazione personale. Come questo gioco di parole anche la complicità come un gioco meraviglioso è la più seria delle basi per costruire qualunque cosa di reale e tangibile come un palazzo di muratura, una famiglia, una sopravvivenza, una vita alla grande. Tutto l’opposto che un metodo di giudizio la complicità costruire anche nell’errore. Oltre che un atto profondo di fiducia è proprio il divenire parte integrante di un’ unità che finisce per non essere più estranea al nostro io più intimo anche oltre il campo dell’inconscio. La complicità è una rappresentazione geniale del concetto del tao. Attraverso di essa gli opposti si uniscono naturalmente. Si riesce a immaginare la potenza di ciò? Se la complicità crea dipendenza dall’altro è la complicità stessa dell’altro che ci fa sentire liberi dalla dipendenza. Essa è intuire, anticipare, comprendere, accompagnare, osservare, ascoltare, ignorare, scordare, ricordare, distorcere, sporcare, pulire, raddrizzare, eludere, infrangere, compenetrare, rispettare, godere, anche liberamente annoiare, costruire un insieme, distruggere un limite, costruire un limite, distruggere un insieme, percepire, assopire, annebbiare, occludere, chiarire, trasparire, sorreggere, scoraggiare, incoraggiare, stroncare, mistificare, profanare, vivere e morire. Come si fa a immaginare un Amore senza tutto questo? Come si può immaginare un Amore più grande di tutto questo? Come si può concepire un Amore senza complicità? Cosa manca, avendo tutto questo, per dire di aver trovato l’Amore?
Chi non cerca la complicità ottiene un insipido compromesso con la vita.

mercoledì 10 marzo 2010

Capitolo VI - Velleità


Nevica. Silenziosa, bianca, leggera neve. La stessa neve che sfonda i tetti, che impedisce di tirare fuori la macchina dal vialetto di casa, che blocca il traffico, che fa chiudere scuole e uffici, che permette il ricco mercato delle settimane bianche, che completa il ciclo delle stagioni della natura favorendo alcune specie e svantaggiando altre per la sopravvivenza. Decisamente un bell'esempio di potenza. Il kung fu è come la neve, gentile, fluida ma quando ti accorgi di lei ormai sei intrappolato. Uccide solo in casi estremi. La velleità è come la neve. E' una forza che agisce silenziosa con incredibile ed ostinata costanza, anche oltre il conscio. Come tutte le grandi forme di energia è difficile controllarla. Spesso è la fonte dell'egoismo e dell'individualismo degli imprenditori. E' il carburante che spinge i giovani ragazzi a partecipare alle trasmissioni dei talent show. E' la suggeritrice silenziosa che accompagna tutti coloro che dicono di avere passione per qualcosa. Raramente ho incontrato colleghi musicisti che finalizzavano al gusto della semplice fruizione la loro creatività. Ovviamente a discapito di quanto affermano. Desiderio di affermazione, voglia di attenzioni, brama di potere, avidità di denaro, ma anche ricerca di raqgiungimento di un obiettivo, costruzione di una professionalità. Anche la semplice istintiva sopravvivenza può apparire come velleità. Proprio da qui infatti partirei per esporre il mio punto di riflessione. Nella gestione di questa notevole forma di energia possiamo affiancarle due classificazioni in positivo e in negativo, ovvero rispettivamente stimolo e pretesa. Come si capisce quando sto guidando la mia ambizione oltre la coltre della prevaricazione? Quando oltrepasso il confine dell'agonismo per entrare nel campo della rivalità? Se è un assunto che la autocoscienza è principio necessario all'autocontrollo in questo caso trovo veramente difficile riconoscere un eccesso. Accetto volentieri suggerimenti. E' facile riconoscere infatti un'infiammazione o una contusione. Molto più difficile è individuare quelle microtensioni che quotidianamente ci fanno tenere le spalle non completamente rilassate. Fermatevi un attimo in un momento qualunque della giornata e provate a concentrarvi sulle vostre spalle. Scommetto una pizza che riuscirete a farle scendere anche di un solo millimetro, a simboleggiare che non erano completamente rilassate. La molla che guida le nostre azioni a lungo termine ha questa stessa dinamica. Sono tanti piccoli progetti che portiamo avanti con persistenza perchè vogliamo arrivare ad un obiettivo. Fin qui tutto chiaro. E' su quale sia per certi versi questo obiettivo che vedo deformare il viso di questa gentile dama velleità in un mostro mitologico. Quale può essere l'obiettivo di certi politici, di cinici imprenditori, dei terroristi? Cosa vogliono ottenere? Denaro, potere? Ok e dopo che li hanno ottenuti? Una volta che ammettiamo arrivino a conquistare il mondo cosa ci farebbero? Cosa altro potrebbero volere dopo in più? La somma negli algoritmi ha il solo senso di essere un operatore per lo svolgimento di una funzione. Siamo sicuri che la felicità richieda veramente molte velleità? Pensavo ponendomi questa domanda di uscire fuori tema aggiungendo una variabile di troppo a questo sistema. Pensavo infatti di dover fissare il concetto di felicità. Dare per scontato che so qual'è il punto di arrivo e questionare sull'energia che serve per raggiungerlo. Ma sbagliavo perchè in realtà esiste già una variabile aggiuntiva che aleggia nel nostro inconscio. E' il come. Ecco la risposta al perchè delle violenze del mondo. Le persone o i gruppi o il popolo che non hanno nella cultura quel determinato concetto di morale o valore non valutano nell'equazione la variabile del modo. Il detto "il fine giustifica i mezzi" in questo ambito non funziona poichè il mezzo è parte del fine! Allora la velleità in quel caso si macchia di negatività.

giovedì 18 febbraio 2010

Capitolo V - Sete


Molti animali della mia specie hanno evoluto strumenti di sopravvivenza. Io invece ho sete. Una sete insaziabile, radicata nel profondo della mia essenza.

venerdì 12 febbraio 2010

Capitolo IV - Equilibrio


Inseguo quotidianamente il principio dell'equilibrio da molti anni. Da 20 circa pratico infatti una disciplina, il Tai Chi, che fonda tutta la sua forza sul bilanciamento delle energie. Ci sono molti modi di percepire uno sbilanciamento di energie. Un eccesso è una deviazione dei pesi verso gli estremi. Bisogna quindi stabilire innanzitutto qual'è il centro. Se il centro è l'essere umano la storia e la sociologia sono lo strumento per capire il baricentro. Se parli invece di amore, divertimento o ti riferisci ad un io interiore, è l'equilibrio interiore di ciascuno il punto cardine. Ognuno rappresenta un universo di parametri e unicità. Per cui non è possibile stabilire a priori un ideale asse assoluto. Però è guardando noi stessi con la capacità di una psicoanalisi che possiamo stabilire cosa ci porta fuori dall'orbita. Questo chiaramente non include aspetti di carattere oggettivo empirico. Per esempio non c'è bisogno di discutere su come capire quanta cioccolata bisogna mangiare per sentirsi male! Per quanto per esempio discutevamo in sede di corso di educatori scout tanti anni fa su quale fosse la quantità tollerabile di alcohol per un ragazzo. Il docente affermava che tale quantità è pari a zero. Qualunque numero sopra lo zero è solo dannoso. Personalmente invece posso usare questo esempio per chiarire cosa intendo per baricentro. Io timidello introverso adolescente ho tratto molto giovamento dalle sbronzette prese al liceo, poichè rispetto al centro già idealista e razionale del mio carattere questo eccesso in realtà ha bilanciato l'equazione. Un mio compagno di classe invece è morto di overdose pochi anni fa. Per lui questo eccesso non bilanciava un fico secco.
Tornando a monte credo che spostare il unto di vista sull'egocentrismo ci risparmi di dover parlare del concetto di paragone. Diversamente infatti per sapere se stai amando troppo dovresti sapere che significa amare di più. Arriveremmo in un batter d'occhio alle domande sui confini dell'universo. Invece guardare al proprio equilibrio interiore significa giudicare e riconoscere un eccesso relativamente al nostro storico personale. L'altro mio chiodo fisso è rappresentato dall'importanza degli eccessi. L'energia non è ne positiva ne negativa. E' il nostro controllo di essa che la rende schierata e categorizzata. per voler fare l'ingegnere (ma per carità rinnego immediatamente) 100kg di cemento che viaggiano sulla mia testa sarebbero indicati come energia negativa (per me). Gli stessi 100 kg di cemento usati come baricentro di una gru sono fondamentali per non farla ribaltare. 100 kg di acqua che scorre in un canale idroelettrico sono detta comunemente energia guadagnata, positiva. Inseguire l'equilibrio pertanto richiede a volte che uno debba usare dei pesi ingenti. Il più bel soprannome, che mi ha dato un compagno di conservatorio, è stato "l'equalizzatore". La natura è intrisa di bilanciamenti, le masse e le energie come si sa non si distruggono, ma si trasformano tendendo sempre a ripristinare l'immobilità Immobilità che non è indifferenza. E' chiara la differenza tra ignorare, rifuggire, e contemplare, lasciarsi attraversare. Se mi arriva un peso addosso cerco di guidare quel peso in modo circolare intorno al mio baricentro. Se ci riesco mi ritrovo un energia a disposizione. Se la subisco mi ritrovo un'energia da dover smaltire. Se la fronteggio potrei perdere il confronto e trovarmi fratture. Trovare il controllo di me permette di identificare le masse (gli eccessi) entranti, identificarne il movimento e quindi, una volta riconosciute le forme di energia, devo solo scegliere come gestirle, ovvero come muoverle. Restituirle all'esterno, incamerarle all'interno se necessarie, o se guidarle a spirale fino a fermarle (caso per esempio di autodifesa da un'aggressione fisica).
Un detto cinese dice: diffida del saggio a cui non piace ballare. L'equilibrio ci da la forza di vivere, gli eccessi ci danno il gusto di vivere. A volte.

domenica 7 febbraio 2010

Capitolo III - Amore incondizionato

La prima discordanza impressa come un marchio a fuoco sul manto nero del puma ci mise diversi anni a mostrare le sue caratteristiche. I primi segni erano dei sorrisi gratuiti verso sconosciuti in fila alla posta. La gente si chiede come mai uno dovrebbe sorridere a chiunque incroci il tuo sguardo mentre stai facendo una fila. E' più naturale non guardare, oppure guardare con diffidenza. Sorridere a priori è fuori da ogni cognizione. Perchè cedere il passo a qualcuno all'ingresso in banca, sapendo che ti ruberà il posto, ti farà perdere 5 minuti del tuo tempo e non ti darà nulla in cambio? Potremmo spostare la questione su canoni legati allo scambio, al profitto o peggio alla ricerca istintiva di un'affermazione personale. Ma cedere a ciò significa rinunciare alla possibilità di capire il senso della gratuità. E' più facile chiedersi perchè uno fa qualcosa per qualcun altro, che chiedersi perchè non dovrebbe farlo. L'origine di tutto non è come erroneamente si potrebbe pensare nel contesto. Al contrario sono convinto che come i virus, come le risate, come le mode, anche la pace parte da un'interiorità, sia pure inconscia. Ad ogni modo devo piegarmi a concordare che questa discordanza del puma è ingiustificata e duplice. Non esce infatti solo dalla logica comune, ma infrange una ben più grande legge naturale. Gli animali non contemplano il concetto di gratuità. L'unico motivo per cui un elemento aiuta un altro è perchè insieme partecipano al rafforzamento del gruppo. Laddove ovviamente la specie inglobi la capacità di riunirsi in gruppi. Ci sono molte specie che non adottano questo strumento di sopravvivenza. Ad ogni modo anche l'immediatezza di un gesto sfugge alla visione globale di un concetto di investimento in larga scala sul proprio futuro. Come dire che anche l'imprenditoria è una forma miserevole di arte. Tornando però al tema principale e mettendo da parte questa osservazione della natura, non riesco ancora a rispondere al quesito sulle motivazioni che potrebbero spingere non uno scout ad aiutare una vecchina ad attraversare la strada, ma un impiegato di Milano a cedere il passo con la macchina. Ecco una frase servita su un piatto d'argento che piace tanto: l'uomo si distingue dagli animali. (e il puma dall'uomo eh eh) Perchè? Perchè l'uomo ha l'autocoscienza che gli ha dato il potere di crearsi un'anima, ok. Lo spirito risponde ad una morale sopra le religioni che introduce una forma unica in natura di amore. Non legata alla sopravvivenza intesa come concetto legato alla riproduzione. Un amore definito come benevolenza verso l'altro. Un amore che le culture, chi più chi meno, imprimono come senso di responsabilità piuttosto indefinito. Non si capisce bene infatti quando dobbiamo essere "we are the world" e quando "mors tua vita mea". Allora nascono due domande. Che scopo ha questo amore che si trova nelle culture di tutti i popoli? Ho forse già risposto parlando della coesione nel concetto di gruppo oppure no? Ammessa poi la validità di questi ideali, di questo valore, si attua o non si attua? Quando si e quando no? La domanda non è banale come sembra, perchè se uno dice di credere in qualcosa allora o la segue sempre o no. Non è che uccidere si fa qualche volta si e qualche volta no. O ammazzi o non ammazzi. Tutto il resto è compromesso. Il cristiano medio per esempio non può blaterare frasi distratte durante la messa e poi appena uscito prendere a schiaffi il primo che gli pesta i piedi. Ribadisco. tutto il resto è compromesso, o se preferite meno ipocritamente, sono scuse. Questa seconda domanda sul quando attuare o no un valore voleva essere retorica, va bene. La prima invece ammettete che è tosta. Mi piacerebbe confrontare milioni di risposte da persone di tutto il mondo. Manda un sms e partecipa rispondendo alla domanda (adesso va tanto di moda sta forma di guadagno no?): quale è lo scopo dell'amore verso il prossimo? Molto empiricamente non sto chiedendo perchè esiste, ma perchè dovrebbe continuare ad esistere. Tralasciando motivazioni che in qualche modo riconducono alla considerazione sul ritorno personale, quale altra ragione potrebbe spingere un uomo ad amare un altro essere animato o anche non animato (c'è anche chi manifesta questo comportamento verso il proprio orsacchiotto). Il puma continua tutt'ora a fare sessioni di caccia notturna per trovare questa risposta come una preda deliziosa. Per ora accetta il fatto di avere questo marchio a fuoco impresso dalla nascita. Accetta anche di essere deriso, colpito e ferito per questo. Giuro succede. E ride perchè è un pò come immaginare uno che spara a Gandhi per paura di essere accoltellato da lui! Come dice sto tizio Max Kosmos in un vecchio brano che allego ( Il Volo notturno), il puma è un animale, un predatore che caccia di notte, ma è dolce e tenero come un bimbo che sogna. Dove tanti vedono ingenuità infantile io continuo a vedere salde radici di ideali. Il cinismo è come l'acqua aggiunta ai colori di un quadro. Inoltre, a proposito di colori, il bianco e il nero non si discutono. Tutto gli altri colori hanno motivi, ragioni, scusanti, validità, incoerenza, evoluzione, ipocrisia e ovviamente senso.

lunedì 1 febbraio 2010

Capitolo II - Discordanza

La discordanza in alcuni casi è un dono che ti rende protagonista e famoso. In altri casi è una condanna che ti isola dagli affetti.
La piccola creatura intraprese immediatamente e precocemente il suo cammino nel mondo degli affetti con tutto l'entusiasmo del caso. Già da giovanissimo aveva trovato la compagna della sua vita. Mi ricordo ancora il giorno che pronunciò le sue "ultime parole famose": con lei vivrò tutta la vita, la amerò e avrò cura e rispetto di lei. In realtà era solo la prima di oltre cento disavventure che l'avrebbero portato dal cielo al fetido puzzo del cinismo. E viceversa. Ma non è tanto il caso di soffermarsi sul rapporto di coppia che non va. Quanto sul concetto di discordanza. Un legame nasce per tante ragioni e in tante modalità. Ci si lega perchè ci si riconosce simili, oppure al contrario perchè si cerca la diversità. Si va daccordo con chi ci capisce e previene ogni nostro desiderio e ogni nostra necessità. Ma non si riesce anche a fare a meno di desiderare chi non ci capisce e ci spalma di bianco e nero a seconda dell'umore. Quest'ultima modalità oltre a non capirla ancora bene mi sta di un antipatico incommensurabile. E' possibile unire diversità di razze, professioni, segni zodiacali, caratteri e addirittura odori chimici incompatibili. Ma la discordanza no. Non va daccordo con nulla. Allora vale la pena di provare ad identificarla per cercare di capirla. Se l'incompatibilità stesse solo nella diversità offenderei il genere umano. Non che per altre questioni non meriti di essere offeso. Non seguire una moda è diversità. Non volersi omologare alle abitudini, cercare la propria creatività nell'innovazione, mettere sempre in discussione le regole, voler cercare metodi e percorsi alternativi o opposti anche se con avveduta ragione, sfuggire ai messaggi dei mass media. E ancora irrigare campi interi di incontaminata sensibilità, ostentare l'affetto oltre il verosimile concepito, pasteggiare con gusto la gratuità. Tutti questi e innumerevoli altri esempi di forme di dissonanza hanno tutti un fattore comune ed è lì che si trova la ragione del fallimento della discordanza nella sopravvivenza affettiva: la sopravvivenza di una specie risiede nella sua capacità di coesione in gruppi organizzati e omogenei. Non è quindi tanto importante il valore assoluto di un'idea o di un principio. Molto più determinante è il rappresentare profondamente e non superficialmente la garanzia di omogeneità. In essa ci sono già tutti i parametri riconosciuti di ottemperanza ai doveri di sopravvivenza della specie. Non di evoluzione. Di sopravvivenza. Come le grandi tette per gli uomini, le spalle per le donne. Come i gesti di maternità di una femmina o la riconoscibilità come leader di un maschio. Sono le regole del gruppo. Non ha la minima rilevanza la giustezza delle motivazioni di un discordante.
Per fortuna non consideravano ciò tutti coloro che nella storia hanno vissuto la missione dell'evoluzione con diritto ottenuto per nascita cerebrale. Altrimenti invece che scrivere con i tasti della mia tastiera adesso starei scolpendo la pietra.
Resta ancora da vedere un secondo tipo più grave di discordanza: quella interiore. Questa si che è veramente dannosa; non solo per i legami, ma soprattutto per noi stessi. Ce se ne deve occupare presto di questo tema che sembra apparire subito come una macchia di colore indefinito.
Comunque il pumetto era contento della lucentezza del suo manto sempre più nero. Di fronte a certe scoperte concettuali che ti danno la tranquillità interiore dell'essere coerenti, si verifica la magia del volersi bene. E poco importano i dettagli pratici di come gestire il problema fisico degli affetti. Per ora.

domenica 31 gennaio 2010

Capitolo I - Nascita

Il Puma non nasce certamente nero. In origine è una creatura delicata dal colore delicato e la puzza di latte. Ma già dall'inizio si capisce che è un estraneo. La sua natura lo identifica subito come un discordante, uno di quelli che in un gruppo creano scompiglio. Oppure non vengono proprio accettati in un gruppo. Chi lo sa se un predatore solitario lo è per aspirazione o per costrizione?
Sta di fatto che lui si dovette mettere subito in piedi e fare molta forza sulle zampe. Non era ben accetto nel territorio e quindi doveva conquistarsi da subito il suo spazio vitale. Era già polemica, era già piegare la bocca verso il basso nella rappresentazione di uno spiacevole dissenzo.
Ma io vorrei porre in evidenza piuttosto la positiva luce che esplodeva dai suoi grandi occhi. Non capisco ancora oggi se la dolcezza del suo sguardo significhi paura di morire, o dispiacere di uccidere.
Le cose devono essere bianche perchè si possano sporcare, ma anche qui si va sullo scontato poichè non esiste essere vivente che venga al mondo colorato. Siamo tutti neutralissimi bianchi fogli di pretesa purezza. E lui prese così la sua prima decisione importante: la mia bandiera sarà un colore neutrale e puro per sempre. Non sbagliava infatti, solo che il colore non sarebbe stato quello che immaginava. Amare, cercare affetto, essere entusiasta di tutto, cercare la luce istintivamente. Perchè dentro la luce che ci avvolge fin dalla nascita si perde tutto il nostro egocentrismo imposto per educazione e per cultura del benessere. Non ci mette tanto la pupilla ad abituarsi alla luce e da lì poi emergono i colori belli e brutti; da lì le prime zone d'ombra. i primi nascostissimi pertugi, le prime vie verso posti dove la luce non c'è. Lontani da noi, estranei a noi. Presuntuosamente indifferenti a noi, principi del nostro universo sconfinato e minuziosamente a portata di mano. E' così che veniamo al mondo noi fortunati abitanti delle terre del benessere. E perchè non vi sia fraintendimento nelle parole chiarisco che terra del benessere è l'etichetta con cui si vende il lotto incosciente e incoerente del comune.
Ma tanto lui non apparteneva a nulla di ciò, infatti il calore si sviluppava già sulla sua pelle regalandogli il privilegio del destino che si manifestava col primo spunto di riflessione: se ci fermiamo all'apparenza il colore che in natura esprime la luce e la purezza è il bianco. Ma se andiamo un pò più a fondo nella sostanza scopriamo che il colore che assorbe più luce e calore di tutti è il nero! E con generosità è quello più capace di restituire energia. Tutto è compiuto: la gente additerà il nemico; la notte sarà la sua matrigna. La sua missione è già ben oltre il sopravvivere.